eremo di san michele a formia foto

I tesori nascosti del Golfo di Gaeta: l’eremo di San Michele Arcangelo

Ogni anno l’ultima domenica di giugno e il 29 settembre si compie la scalata di San Michele. Durante una solenne processione, gli uomini devoti di Maranola trasportano a braccia la statua del santo per i tortuosi sentieri del monte

Tra le montagne che incorniciano il Golfo di Gaeta, dove i Monti Aurunci si affacciano sul mare, si nasconde uno dei luoghi più suggestivi e misteriosi del Lazio: l’eremo dedicato a San Michele Arcangelo, un santuario rupestre che affonda le sue origini nell’anno 830.

Una tradizione secolare: la “scalata di San Michele”

Ogni anno, l’ultima domenica di giugno e il 29 settembre, i fedeli di Maranola compiono la tradizionale “scalata di San Michele”. Durante una solenne processione, gli uomini del paese trasportano a spalla la statua dell’Arcangelo lungo i tortuosi sentieri che risalgono il monte Altino. È un rito antico, fatto di fatica e devozione, che rinnova un legame secolare tra la comunità e il suo santo protettore.

Montagne che custodiscono meraviglie

In Italia non mancano luoghi sacri costruiti in punti impervi: chiese incastonate nella roccia, santuari sospesi sulla verticalità delle pareti, cappelle nascoste in grotte o su vette remote. Dal Santuario di Santa Rosalia a Palermo, alla Madonna della Corona a Verona, fino alle architetture rupestri del Centro Italia, il nostro Paese custodisce una mappa di spiritualità e natura difficile da eguagliare.

Anche il golfo di Gaeta non è da meno. Qui, tra le pieghe dei Monti Aurunci, si cela il piccolo ma prezioso eremo di San Michele Arcangelo, incastonato in una cavità naturale lungo il sentiero che da Sella Sola conduce fino alla cima del Redentore.

La leggenda della statua miracolosa

La storia dell’eremo affonda le radici in una suggestiva leggenda popolare. Si racconta che la statua di San Michele fosse originariamente collocata in una grotta sul litorale di Gianola, ma che l’Arcangelo — infastidito dal linguaggio “poco cristiano” dei marinai dell’epoca — avesse deciso di spostarsi sul monte Sant’Angelo. Da lì, però, poteva ancora scorgere le imprecazioni dei naviganti e così, in cerca di un luogo più appartato, raggiunse l’attuale posizione sul monte Altino.

Gli abitanti di Spigno tentarono più volte di riportarla nel loro territorio, ma ogni volta la statua ricompariva miracolosamente nel punto in cui oggi sorge l’eremo. Fu allora che si decise di edificare una cappella dedicata a San Michele Arcangelo.

Dalle origini medievali all’eremo ottocentesco

Il santuario è menzionato già nel Codex Diplomaticus Cajetanus, ma l’aspetto attuale è frutto dei lavori di fine Ottocento. Nel 1893, durante una visita pastorale, l’arcivescovo Francesco Niola indicò l’antica grotta come luogo ideale per ricostruire la piccola chiesa, allora minacciata da infiltrazioni d’acqua e caduta massi.

Il progetto fu affidato all’ingegnere Silvio Forte di Trivio: la roccia venne squadrata per ricavare un ambiente di circa dodici metri di lunghezza, dieci di larghezza e sette di altezza. Sulla parete di fondo fu scavata una nicchia destinata ad accogliere la statua dell’Arcangelo. La facciata neogotica, rivolta a occidente, presenta una porta ad arco acuto sormontata da un rosone — un tempo chiuso da vetrate policrome, oggi perdute. Sopra il portale campeggiano le date dell’830, anno della fondazione del primitivo cenobio, e del 5 agosto 1895, giorno dell’inaugurazione del nuovo santuario.

Una statua dalle origini incerte

L’effigie portata in processione, secondo la tradizione, avrebbe origini romane. In realtà, lo stile dell’opera — modellata in peperino, alta 94 cm — suggerisce una datazione più tarda, tra il XVI secolo e l’età barocca. Le iniziali “P.F.” scolpite sulla base rimandano infatti allo scultore romano Pompeo Ferrucci (1566-1637), al quale sono attribuite opere dal gusto simile, come la Madonna col Bambino del convento delle Maestre Pie a Roma.

Nel 1888 la statua subì un importante restauro ad opera dello scultore Giuseppe Blasetti, allievo di Lodzja Brozsky.

Acque sorgive e un paesaggio mozzafiato

L’area che circonda il santuario è particolarmente ricca di sorgenti: l’acqua filtra dalla volta rocciosa e viene raccolta in vasche in muratura sia all’interno che all’esterno dell’eremo. Prima del santuario se ne trova una piccola, mentre un’altra più grande, poco più a valle, è tradizionalmente utilizzata dal bestiame.

Il rientro a valle e la devozione che non si spegne

Dopo aver vegliato per tutta l’estate sui pastori dall’alto del monte, il 29 settembre — giorno dedicato a San Michele — la statua viene riportata a valle con una seconda processione solenne. Qui rimane custodita nella chiesa dell’Annunziata, in attesa della nuova scalata dell’anno successivo. Il culto dell’Arcangelo accomuna i Monti Aurunci alle grandi tradizioni micaeliche del Gargano e dell’Italia centro-meridionale.

Un sentiero accessibile a tutti

Raggiungere l’eremo non presenta particolari difficoltà. Il percorso è lungo 7,3 km e si percorre in circa un’ora e mezza. Il sentiero è ben tenuto e adatto anche alle famiglie, sebbene sia sconsigliato affrontarlo nelle ore più calde dell’estate a causa dell’esposizione diretta al sole.

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